4 Ottobre – San Francesco d’Assisi – Patrono d’Italia

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Giotto di Bondone “La Stigmatizzazione di San Francesco”

4 Ottobre – San Francesco d’Assisi – Patrono d’Italia

La storia di San Franceso d’Assisi (1181–1226) si ricollega alla vicenda di Barlaam e Josaphat, narrata nei circoli manichei e risalente al VI secolo, in cui il principe indiano Josaphat riceve l’impulso del Cristo dall’eremita Barlaam. Barlaam è il Buddha, egli ha accolto il Cristo nel mondo spirituale e ora illumina il suo rappresentante al fine di instradare il prossimo Bodhisattva, Josaphat. Egli è una delle incarnazioni del Maitreya Buddha.

Nel VII e VIII secolo, in prossimità del Mar Nero, c’era una importantissima scuola iniziatica, nella quale insegnò il Buddha in corpo spirituale.

In tali scuole ci sono maestri che insegnano essendo incarnati in un corpo fisico; ma, per i discepoli più avanzati, è anche possibile ottenere indicazioni da un maestro che insegna essendo presente con il solo corpo eterico. Dunque, il Buddha insegnava là per coloro che erano in grado di accogliere conoscenze superiori. Tra i discepoli del Buddha ve ne era, a quel tempo, uno che si sarebbe nuovamente incarnato pochi secoli dopo.

Parliamo di una personalità – allora presente nel corpo fisico – che, secoli dopo, avrebbe nuovamente vissuto in un corpo fisico, in Italia, e che conosciamo come San Francesco d’Assisi.

La natura peculiare di Francesco d’Assisi, che ha così tanta somiglianza – anche nella vita dei suoi monaci – con i discepoli del Buddha, deriva dal fatto che Francesco d’Assisi stesso fu un discepolo del Buddha.

– Rudolf Steiner

In San Francesco vive lo stesso spirito buddista rinnovato dal Cristo. Francesco d’Assisi aveva in sé una copia del corpo astrale del Cristo Gesù e da questo fatto derivano le sue esperienze spirituali e biografiche. Per la prima volta nella storia un essere umano di patì nuovamente le stesse identiche sofferenze patite dal Cristo Gesù. Intorno ai 21 anni, Francesco, che da sempre aveva spirito combattivo, venne imprigionato, avendo perso una battaglia dell’Assisi ghibellina contro la Perugia guelfa. Quando uscì dal carcere era ridotto in fin di vita, sia esteriormente che interiormente: fu in quel momento così vicino alla morte che ricevette l’astrale di Gesù.

Per via del fatto che in quel corpo astrale intesseva anche il Gesù del Vangelo di Luca, intesseva in Francesco l’innocenza dell’Adamo prima della Cacciata dal Paradiso, il quale viveva ancora nell’estasi divina. Francesco incarna dunque sia l’anima archetipica dell’uomo prima della sofferenza, il primo Adamo o Adamo paradisiaco; che dopo la Passione, il secondo Adamo, vissuta nel Gesù di Nazareth.

Da questo rivivere la Passione, la sua esperienza spirituale culmina con la visione del Cristo quale Serafino il quale gli fa dono delle stigmate per la prima volta nella storia. Queste corrispondono al 4° stadio di iniziazione della Via Cristiana, la “Crocifissione”.

Dal fatto che Francesco vivesse in comunione con il corpo astrale del Cristo Gesù scaturisce anche la sua compartecipazione con la Natura ed in particolare il Regno Animale: gli animali possiedono un corpo astrale incarnato e sono dunque legati all’astrale dell’uomo del quale rappresentano, di fatto, un’esteriorizzazione.

Il corpo astrale dell’uomo si formò nella terza metamorfosi dell’Antica Luna, quando l’uomo aveva una coscienza di sogno, e gli animali incarnarono l’astrale prima dell’uomo al fine di prendere con sé le caratteristiche che avrebbero reso l’uomo troppo specializzato, impendendo che incarnasse l’Io. Per questo gli animali vivono oggi in uno stato di sogno. In altre parole gli animali compirono un sacrificio in favore dell’anima dell’uomo.

Collegato a ciò vi è il Serafino incontrato da Francesco: i Serafini, gli Spiriti dell’Amore, sono quella sublime gerarchia che nell’Antica Luna posero il seme del Sé Spirituale o Manas nel corpo astrale dell’uomo. Si tratta in un certo senso, dell’Io Superiore dell’uomo nella cui azione si porrà tutta la sesta epoca di cultura, la Russo-Slava, o Era dell’Aquario.

Francesco creò una comunità che rispettava il Vangelo piuttosto che la chiesa cattolica. Tant’è vero che inizialmente la chiesa cercò di schiacciare questo movimento, così come schiacciò altri movimenti “eretici pauperistici”, cioè che predicavano il ritorno alla semplicità e povertà, tra cui possiamo vedere anche i Catari, infine eradicati con l’assedio di Montsegur nel 1244. Possiamo quindi dire che “Regola di San Francesco” sia stata in effetti rimaneggiata più volte e non solo da Francesco, al fine di poter inglobare la via francescana nella chiesa cattolica.

Ora risulterà chiaro come negli scritti di Francesco sia possibile rintracciare la compassione buddista, in quanto l’incarnazione precedente di Francesco fu proprio quel monaco buddista connesso alla leggenda di Barlaam e Josaphat. Fu dopo quell’incarnazione che, nel suo soggiorno nel mondo spirituale, ebbe la possibilità di prendere su di sé il corpo astrale dell’Adamo paradisiaco. Nel segno del buddismo illuminato dal Cristo, quello dell’annuncio ai Pastori del Vangelo di Luca, Francesco diviene un portatore di pace.

Da questo ritorno al cristianesimo delle origini deriva la scelta di Francesco di spogliarsi di tutto ciò che era superfluo, per vivere in comunione con la Natura, dove con il termine “comunione” possiamo intendere proprio l’essere uno con l’astrale del Cristo Gesù, rendendolo capace di ritornare allo stato adamico del Paradiso Terrestre.

Nella vicenda biografica di San Francesco e in ciò che egli fece, rinunciando agli eccessi dell’esteriorità per la maggior vita nell’interiorità, dobbiamo vedere riassunto l’ideale che l’anima di popolo italiana dovrebbe aspirare a raggiungere. Non è un caso che il Patrono d’Italia nacque in Umbria, a metà strada tra Roma, da cui promanava l’impulso più antico, e Firenze, da cui sarebbe derivato un impulso più moderno, preparando il terreno spirituale all’evoluzione spirituale successiva.

Pensiamo al Sommo Poeta Dante, attraverso la cui Divina Commedia nacque la lingua italiana; così come all’atmosfera spirituale della Firenze dei Medici con l’Accademia Neoplatonica, in seno alla quale Marsilio Ficino tradusse il Corpus Hermeticum da cui nacque tutto il Rinascimento, permettendo la fioritura della più alta espressione artistica mondiale con Michelangelo, Leonardo e Raffaello, cangianti espressioni dell’anima compenetrata dall’impulso solare. Ora, se seguiamo questi nessi spirituali, possiamo riconoscere come il Rinascimento lo dobbiamo in principio alla rinascita spirituale di un singolo uomo, Francesco.

Per caratterizzare le forze morali personali che si concentrarono nella individualità di Francesco d’Assisi cerchiamo di delineare la cosa davanti all’anima come essa si presenta al­l’occultista, anche a costo di venir tacciati di pazzia o di superstizione. E’ bene prendere sul serio questi fatti, perché essi agirono altrettanto sul serio in quel periodo di transi­zione.

È’ noto che Francesco d’Assisi era figlio del mercante Pie­tro Bernardone e di sua moglie Pica. Il padre faceva molti viaggi in Francia per affari ed era un uomo cui le apparenze esteriori stavano molto a cuore. La madre era donna di pie virtù, di fine sensibilità di cuore, devota e religiosa. Le leg­gende che circondano la nascita e la vita di Francesco d’Assi­si corrispondono realmente a fatti occulti. Spesso nella storia fatti occulti realmente avvenuti vengono adombrati con im­magini e leggende. Così è assolutamente vero che un certo numero di persone, prima che Francesco d’Assisi nascesse, vennero a sapere per mezzo di visioni o rivelazioni che do­veva nascere un’importante personalità, fra esse S. Ildegarda*. Insisto su questi fatti storici, controllati attraverso l’indagine della cronaca dell’akasha. A S. Ildegarda Apparve in sogno una donna col volto laceratole grondante sangue che le disse :« Qui,,sulla terra gli uccelli hanno il loro nido, le voIpi..le loro tane, io però non ho nulla, .neanche un bastone su cui appog­giarmi ». Quando Ildegarda si svegliò da questo sogno, ebbe coscienza che questo essere rappresentava la vera immagine del cristianesimo. Così sognarono molte altre persone e, si convinsero che l’apparato esteriore della Chiesa non era l’in­volucro adatto a contenere il vero cristianesimo.

Così avvenne realmente- che, mentre Pietro Bernardone si trovava in Francia per affari, un pellegrino entrò in casa da Pica, la madre di Francesco d’Assisi, e le disse : « II figliolo che tu aspetti non potrà venire al mondo in questa casa dove abbonda il superfluo. Per seguire il suo maestro egli dovrà nascere sulla paglia e perciò tu dovrai partorirlo nella stal­la! ». Non è leggenda, ma pura verità, quell’invito rivolto alla madre di Francesco d’Assisi. Per cui, mentre il padre era as­sente, la nascita del bambino potè effettuarsi così sulla paglia e nella stalla.

Anche quanto segue corrisponde a verità: qualche tempo dopo la nascita del bambino, nel luogo dove era nato, si vide un uomo strano, mai visto prima d’allora e mai più dopo, che percorreva le strade annunciando : « In questa città è nato un uomo importante ! » — Altra gente che viveva ancora in uno stato di coscienza chiaroveggente udì un suono di campane nell’ora della nascita di Francesco d’Assisi.

Molti avvenimenti simili potrebbero ancora venir enume­rati, ma a noi bastano questi per dimostrare come sulla com­parsa di una singola personalità si sia concentrato allora tut­to il mondo spirituale. Aggiungendo ancora un altro episodio, tutto questo apparirà sempre più interessante. La madre aveva pensato che il bambino dovesse chiamarsi Giovanni, e così fu chiamato. Solo quando il padre tornò dalla Francia, poiché in Francia aveva fatto buoni affari, volle, a sua idea, che a suo figlio fosse imposto il nome di Francesco. Ma origi­nariamente il bambino si chiamava Giovanni.

Ci basti rilevare pochi fatti dalla vita di questa singolare personalità. Che cosa ci si rivela dell’uomo Francesco d’Assi­si, osservandolo da ragazzo? Ci sì rivela che egli si comporta come un discendente dell’antica cavalleria germanica, e ciò non deve meravigliarci date le molte mescolanze di popoli seguite alle invasioni dal nord: coraggioso, battagliero, per­vaso dall’ideale di acquistarsi fama ed onori con le armi. Questa era anche la dote principale che Francesco d’Assisi ereditò come una caratteristica di razza. Si può dire che, in lui, le proprietà che nell’antico germanesimo si presentavano sotto l’aspetto interiore di doti del cuore e dell’anima, appaio­no piuttosto esteriorizzate. Così egli non divenne altro che un dissipatore. Profondeva a piene mani le ricchezze del padre, mercante molto agiato. Dovunque andasse prodigava le ric­chezze e i frutti del lavoro paterno. Era sempre pronto a distribuire doni ai suoi compagni di gioco. Nessuna meraviglia perciò che egli venisse sempre eletto condottiero dai suoi gio­vani compagni durante gli infantili giochi guerreschi e che tutti lo considerassero veramente un ragazzo-guerriero. Come tale era conosciuto in tutta la città. Tra i giovani di Assisi e di Perugia c’erano spesso dei combattimenti; durante uno di questi Francesco venne catturato e trattenuto prigioniero con i suoi giovani compagni. Non soltanto sopportò cavalieresca­mente la prigionia, ma incitò anche gli altri ad imitarlo, fin­ché dopo un anno tutti furono liberati e poterono tornare alle loro dimore. E quando, essendo in servizio di cavalleria, si trovò nella necessità di prender parte ad una spedizione con­tro Napoli; il giovane Francesco ebbe in sogno una visione. Vide in un gran palazzo molti scudi e molte armi ; e vide una parte dell’edificio dove erano sparsi frammenti di armi. Egli ne trasse la conseguenza che ciò fosse un incitamento a di­ventare un guerriero e si decise a partecipare alla guerra contro Napoli. Ma già per via, e ancor più dopo che si era unito alla spedizione, ebbe varie visioni e rivelazioni interiori ; sentì una voce che gli diceva : « Non andare oltre, hai interpretato male la visione del sogno che era per te della massima importanza. Torna ad Assisi e ti verrà rivelato come lo devi giustamente interpretare ».Egli obbedì a queste parole, tornò ad Assisi, e lì ebbe un colloquio spirituale con un essere che gli disse : « Non devi servire esteriormente la tua vocazione di cavaliere. Tu sei destinato a trasformare tutte le tue forze in forze dell’anima, da foggiare come armi che dovrai usare animicamente. Tutte le armi che vedesti nel -palazzo significano per te le armi animiche e spirituali della pietà, della compassione e dell’amore. Tutti gli scudi significano la forza della ragione e del discer­nimento per conservarti forte nei patimenti di una vita dedi­cata alla pietà, alla .compassione, all’amore ». Seguì una breve ma abbastanza pericolosa malattia, dalla quale tuttavia guarì. Indi visse per diversi giorni in una visione retrospettiva che si estese su tutta la sua vita passata. Il prode cavaliere che nei suoi sogni più audaci aveva tanto agognato di poter di­ventare un eroe guerriero, si era temprato a nuovo in un ^uomo che andava alla ricerca degli impulsi morali della com­passione, della pietà e dell’amore, fino all’estremo. Tutte le forze che voleva prima usare a servizio del piano fisico si erano trasformate in impulsi morali della vita interiore. Non è senza significato che noi osserviamo proprio un grande impulso morale, poiché non ogni singolo può sempre elevarsi alle più alte vette degli impulsi morali, e imparare si può proprio soltanto da coloro nei quali gli impulsi si esprimono radicalmente e nei quali noi li vediamo agire nella loro più grande potenza. Appunto quando dirigiamo la nostra attenzione alle grandi cose fondamentali, per osservare le pic­cole alla luce che da quelle risplende, possiamo arrivare a un giusto punto di vista sugli impulsi morali della vita.Che cosa avvenne dunque nel caso di Francesco d’Assisi? Non è necessario descrivere le lotte che egli ebbe con suo padre, quando egli passò a un tutt’altro genere di prodigalità. Il padre poteva comprendere ancora la precedente prodiga­lità del figlio che dava notorietà e lustro alla casa paterna, ma non poteva capire che il figlio, dopo la sua trasformazio­ne, gettasse via i suoi vestiti migliori, e anche l’indispensa­bile, per dare tutto ai bisognosi. Egli non potè capire la tra­sformazione che aveva portato suo figlio a dirsi : « E’ incre­dibile come si faccia poca attenzione a coloro attraverso i quali gli impulsi cristiani hanno raggiunto risultati cos\ gran­diosi in occidente », e che lo spinse, in conseguenza, a fare un pellegrinaggio a Roma per deporre una grossa somma di denaro sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Queste cose il padre non poteva capirle. Non occorre descrivere le lotte che ne seguirono. Basta osservare che in queste lotte, per Francesco d’Assisi, si erano concentrati tutti gli impulsi morali. Questi avevano trasformato il coraggio e il valore in facoltà interiori dell’anima; e queste si erano così sviluppate da provocare in lui uno straordinario rafforzamento nelle meditazioni, sino ad apparirgli in forma di croce col Croci­fisso. In questi stati egli provò un interiore personale rap­porto con la croce e col Cristo, e da ciò gli vennero le forze per mezzo delle quali egli potè aumentare in modo smisurato gli impulsi morali che ora lo attraversavano.

Egli trovò un meraviglioso uso per ciò che ora in lui si sviluppava. In quell’epoca molti paesi europei erano ossessionati dalla paura della lebbra. La Chiesa aveva un me­todo straordinario per curare i lebbrosi, allora numerosissimi. I preti chiamavano a sé gli infermi e dicevano loro : « Tu sei stato colpito da questa malattia in questa vita, ma se tu sei perduto per la vita, sei conquistato a Dio, sei consacrato al Signore » ; e il malato veniva allontanato verso luoghi solitari dove finiva la sua vita solo e abbandonato da tutti.

Non che io muova rimprovero a questa cura; non se ne conoscevano altre, né migliori. Ma Francesco d’Assisi ne co­nosceva, invece, una migliore, e qui se ne parla perché questo ci condurrà fuori dalle esperienze immediate fino alle sor­genti della moralità. Nei prossimi giorni si vedrà perché ci occupiamo di queste cose. Francesco d’Assisi fu guidato a cercare i lebbrosi.dovunque essi fossero senza temerne il con­tagio. Ed un male contro il quale allora nulla potevano i farmaci, per cui era necessario allontanare i malati dalla comu­nità umana, fu guarito in molti casi da Francesco d’Assisi, perché egli si presentava a questa gente proprio con le forze dei suoi impulsi morali che gli toglievano la paura e gli davano sempre più il coraggio non soltanto di lavare accura­tamente le piaghe dei malati, ma di vivere con loro, di cu­rarli intensamente, di baciarli, di penetrarli col suo amore. Non è quindi solo poesia la guarigione del povero Enrico per opera della figlia del fedele servitore ; essa rispecchia ciò che in molti casi in quel tempo era accaduto per opera della personalità storica ben nota di Francesco d’Assisi. Rendia­moci conto di quanto è avvenuto. E’ accaduto che in un uomo come Francesco d’Assisi fosse presente un immenso capitale di vita psichica; quello che noi abbiamo riscontrato nelle antiche popolazioni europee, sotto forma di coraggio e di audacia, si era trasformato in lui in attiva forza animica e spirituale. Lo stesso impulso che negli antichi tempi, sotto forma di coraggio e audacia, aveva portato ad uno spreco di energie personali, e ancora si era manifestato in Francesco d’Assisi nelle sue prodigalità giovanili, ora invece lo spinge a diventare un prodigatore di forze morali. Egli traboccava di forza morale, ed effettivamente ciò che aveva in sé si river­sava su tutti coloro cui rivolgeva il suo amore.

Dobbiamo sentire assolutamente che in ciò vi è una real­tà, analoga a quella che vi è nell’aria che respiriamo e senza la quale non potremmo vivere. Una simile realtà scorreva nelle membra di Francesco d’Assisi e da qui in tutti i cuori a cui si dedicava, poiché Francesco d’Assisi prodigava una pie­nezza di forze che scorrevano fuori di lui; e proprio questo quid fluì nell’intera vita dell’Europa più matura e vi si incorporò trasformandosi in elemento animico e agendo con­temporaneamente nella realtà esteriore.

Riflettiamo bene su questi fatti che forse possono, in fon­do, sembrare estranei agli attuali problemi morali. Cerchiamo di capire che cosa sta alla base della devozione indiana e del coraggio nordico; consideriamo l’azione risanatrice delle forze morali che furono adoperate da Francesco d’Assisi, e domani potremo parlare dell’essenza dei veri impulsi morali. Vedremo così che non sono soltanto parole, ma realtà autentiche quelle che agiscono nell’anima e fondano moralità.

– Rudolf Steiner, Cristo e l’anima umana, Le sorgenti della moralità, pp. 70-76

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